Marco Giovannetti, giovane tirocinante dell’Università di Trento, da qualche settimana è in Edulife e sta partecipando ad alcuni dei nostri laboratorio su dialogo e confronto intergenerazionale.
Racconta come ha vissuto questa esperienza e fa qualche riflessione sul presente e sulle competenze che ritiene decisive per il futuro.
Un’ occasione per vedere e toccare con mano metodologie e concetti fino ad oggi studiati in modo teorico
“Partecipare a questo laboratorio è stata per me una grande occasione per vedere e toccare con mano metodologie e concetti che mi hanno sempre interessato, ma che fino ad oggi avevo solo studiato in modo teorico. Mi sono spesso chiesto: “ma tutto questo servirà davvero a qualcosa? Riuscirò mai ad applicarlo nel mio lavoro?”. Oggi so che la risposta è sì, e che questi strumenti non servono solo per la ricerca accademica, ma hanno un valore concreto anche nella pratica.
Inoltre, queste metodologie sono state applicate a un tema in cui mi sento direttamente coinvolto: l’intergenerazionalità. A dire il vero, è un argomento di cui si parla spesso anche in ambito aziendale, ma con un taglio diverso. La narrativa che generalmente percepisco è più orientata al “come utilizzare i giovani” piuttosto che al “come valorizzarli”. Siamo la generazione più preparata della storia e, allo stesso tempo, quella con il potere d’acquisto più basso.
Oggi invece mi sono sentito finalmente compreso. Io e molti della mia generazione viviamo in un contesto che percepiamo come instabile: crisi geopolitiche, emergenze ambientali, pandemie, precarietà lavorativa, crisi economica e demografica, fino alle incertezze legate al sistema pensionistico. La cosa più difficile, per la mia esperienza personale, è che quando esprimiamo queste preoccupazioni, vengono spesso liquidate come semplici “ansie giovanili”. In questo laboratorio, invece, ho incontrato un adulto che non solo ha riconosciuto la legittimità di queste paure, ma ha anche offerto un abito mentale per affrontarle.
A questo collego un concetto che mi è piaciuto moltissimo: “ogni essere umano è unico e irripetibile”. Oltre a essere un messaggio positivo sotto ogni punto di vista, rappresenta, a mio avviso, anche un modo per riportare il focus sul sé, spostando l’attenzione dall’esterno al proprio mondo interiore. Porta a porsi domande come: “chi sono? Come posso affrontare queste paure? Su cosa posso lavorare?”.
Questo approccio richiama tecniche meditative che esistono da migliaia di anni e che aiutano a ridurre l’ansia, aumentando la consapevolezza delle proprie potenzialità e portando a riconoscere nel mondo esterno più opportunità che minacce.
Metodologia partecipativa e dimensione relazionale
“La metodologia qualitativa dei laboratori di co-progettazione è qualcosa che sento particolarmente vicino, mi piace studiarla e metterla in pratica, sia nel ruolo di mediatore sia in quello di partecipante.
Focus group, workshop, laboratori, counseling e coaching sono tutte attività che hanno al loro interno una forte componente emotiva e relazionale. Una dimensione che, a mio avviso, l’AI non potrà mai generare autenticamente (forse replicarla, ma non produrla). Questo ha contribuito a creare una forte coerenza tra forma e contenuto del laboratorio.
Ritengo che l’inserimento, in ogni tavolo, di figure di coach e counselor che avranno poi un ruolo operativo nello sviluppo del progetto sia stata una scelta particolarmente vincente. Loro, infatti, sanno come facilitare il confronto e attivare discussioni, riducendo il possibile disagio, svolgendo di fatto un ruolo di mediatore “infiltrato” all’interno dei gruppi. Inoltre, laboratori come questi producono dati utili per le attività future, quindi la presenza, all’interno di ogni gruppo, di figure che saranno poi chiamate ad analizzare quei dati permette loro di orientare le discussioni verso gli aspetti su cui è realmente necessario raccogliere informazioni”.
Cosa ti porti a casa alla fine di questo laboratorio?
“L’ambiente durante le restituzioni mi è sembrato molto positivo, un bel clima e un momento ben riuscito. Tutti erano, più o meno, interessati ai punti di vista degli altri gruppi. Ho trovato inoltre particolarmente efficace la scelta di far esporre insieme, uno accanto all’altro, i referenti dei vari gruppi. Si sono innescati anche brevi scambi tra i partecipanti, che a mio avviso hanno contribuito a mantenere alta l’attenzione.
Se devo pensare a possibili miglioramenti per il futuro, mi sarebbe piaciuto fare qualcosa di diverso rispetto al rispondere a domande in gruppo. Se avessimo avuto la possibilità di svolgere anche attività più dinamiche, magari piccoli giochi o esercizi in cui produrre qualcosa di concreto, a mio avviso questo avrebbe aumentato l’effort delle persone, facendo emergere più idee e favorendo un maggiore dialogo tra punti di vista differenti (ad esempio tra giovani e persone con esperienza).
Posso dire che quello che mi porto a casa oggi è la consapevolezza. Consapevolezza di non essere solo nelle mie paure per il futuro, consapevolezza che il cambiamento è possibile, consapevolezza che ciò che ho studiato può essere applicato concretamente al mondo del lavoro e, infine, consapevolezza che la riscoperta della dimensione emotiva e relazionale potrebbe essere la chiave per aver successo nel domani”.